Introduzione

I promessi sposi è il più famoso romanzo storico italiano, vero e proprio emblema della letteratura nazionale del primo romanticismo nonché testo fondamentale per il successivo sviluppo della prosa in lingua italiana.
L’importanza del romanzo nel panorama letterario dell’Italia dell’Ottocento non dipende solo da considerazioni di tipo culturale e narrativo, ma è giustificata anche da un punto di vista strettamente linguistico: la lingua usata da Alessandro Manzoni nella sua stesura definitiva del testo è infatti una lingua volutamente “unificatrice”, priva di inflessioni dialettali, che l’autore utilizza con l’esplicito intento di fissare un modello stilistico e linguistico del tutto nuovo, capace di diventare un punto di riferimento imprescindibile per tutti i futuri scrittori. Questa circostanza è dimostrata – oltre che da svariati appunti e lettere manzoniane che la confermano – anche dal cospicuo numero di revisioni e rielaborazioni a cui Manzoni ha sottoposto la sua opera, modificandola nel corso degli anni in modo da adattarla alle evoluzioni della sua poetica e allo sviluppo delle sue convinzioni relative al ruolo fondamentale che la lingua doveva svolgere nel processo di definizione dell’identità nazionale italiana che in quel periodo – immediatamente precedente al Risorgimento – si stava formando. La prima versione della storia, infatti, viene redatta da Manzoni nel 1823, con il titolo provvisorio di Fermo e Lucia. Questa prima stesura del testo è tanto diversa dalla versione definitiva da poter essere considerata quasi come un romanzo a se stante: oltre alla lingua – segnata dalla presenza di elementi discordanti che mescolano dialetti lombardi, latino, toscano, francese e che verranno poi eliminati – molti elementi della trama sono differenti rispetto alla versione definitiva del romanzo. Il testo, considerato nel suo insieme, è decisamente poco edulcorato, in alcuni punti decisamente violento (simile, in questo, ai romanzi gotici diffusi a quell’epoca soprattutto in ambiente anglosassone), caratterizzato dalla presenza di continue digressioni di stampo saggistico e da molti elementi tematici presenti anche in altre opere manzoniane (come, ad esempio, quello della violenza della storia che fagocita le vicende esistenziali dei singoli uomini, tema centrale anche nella tragedia Adelchi).
Manzoni, negli anni successivi a questa prima stesura del testo, rielabora le idee fondamentali in essa contenute e, nel 1827, pubblica la prima versione a stampa del suo romanzo, che uscirà con il titolo definitivo di I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Questa versione del romanzo è più controllata dal punto di vista stilistico e più equilibrata nella trama, che lascia meno spazio agli aspetti più grotteschi, tragici e scabrosi della vicenda, e riscuote subito un grandissimo successo, accrescendo enormemente la fama di Manzoni non solo in Italia ma anche in Europa (il testo viene infatti immediatamente tradotto in francese, e già nel 1828 viene pubblicato oltralpe). Anche a seguito di questo grandissimo successo, Manzoni decide di lavorare a un’ulteriore versione del testo, che a suo parere non è ancora completamente soddisfacente dal punto di vista linguistico: l’autore lavora a questo progetto per svariati anni, trasferendosi anche in Toscana per poter approfondire la sua conoscenza del fiorentino, finché, nel 1840, pubblica la versione definitiva del romanzo, eliminando gli elementi percepiti come troppo dialettali e sostituendoli con espressioni o termini toscani, considerati non solo più corretti, ma soprattutto più adatti alla necessità di scrivere un romanzo capace di parlare a tutti gli abitanti del nuovo stato unitario italiano. Il successo dell’edizione del 1840 dei Promessi sposi fu straordinario, e l’opera fu subito percepita da tutti come il testo che fondava la prosa italiana moderna.
Nella concezione e nella stesura dei Promessi sposi Manzoni si attiene ad alcuni principi che – secondo le sue teorie estetiche e critiche, esposte nel 1820 nella Lettera a Monsieur Chauvet – non possono essere trascurati, se ci vogliono scrivere testi davvero significativi, capaci di andare oltre il mero intrattenimento del lettore. Secondo Manzoni, infatti, ogni testo che abbia vera ambizione letteraria deve avere per soggetto “il vero”, per obiettivo “l’utile” e per mezzo “l’interessante”: solo in un testo che rispetti questi canoni può realizzarsi, infatti, quella fusione tra poesia e storia che è fondamentale per riuscire a comporre opere significative come testi storici, ma anche accattivanti e godibili, per il lettore, come testi frutto di invenzione. Storia e poesia, quindi, non devono agire in alternativa ma hanno senso solo se considerate l’una come approfondimento dell’altra: solo la cooperazione tra le due discipline può portare all’elaborazione di romanzi capaci di comunicare significati e messaggi “utili”, formativi, educativi per il pubblico di futuri lettori.
I promessi Sposi rispettano esattamente questi principi: nel romanzo, infatti, Manzoni sceglie di dare ampio spazio alla narrazione del contesto storico in cui si svolge la vicenda, servendosi di documenti originali d’epoca (come ad esempio le “grida” secentesche contro i bravi citate nei primi capitoli del romanzo), inserendo nel racconto personaggi storici realmente esistiti (come Federico Borromeo) e facendo continui riferimenti a episodi storici concreti (come la discesa dei lanzichenecchi in Lombardia e la peste di Milano). I due protagonisti del suo racconto, però, non sono personaggi storici ma un uomo e una donna comuni, la cui vicenda personale è frutto dell’invenzione dell’autore. Solo in questo modo, compenetrando realtà storica e rielaborazione poetica, Manzoni può superare i vincoli della storia e costruire una narrazione che, pur essendo precisamente collocata nello spazio e nel tempo, è resa universale dalla profondità psicologica dei personaggi posti al centro della narrazione.