Introduzione

Giovanni Verga è l’esponente più significativo del movimento letterario italiano del verismo e il suo romanzo I Malavoglia, pubblicato a Milano nel 1881, è uno degli esempi più riusciti di narrativa verista, particolarmente efficace nel descrivere in modo realistico, crudo ed esplicito uno spaccato di società facendo emergere tutti i suoi punti oscuri e le sue contraddizioni.
Il romanzo racconta le vicende di una famiglia di pescatori siciliani e si rifà al modello degli autori naturalisti francesi le cui opere, a fine Ottocento, si stavano diffondendo anche in Italia, suscitando polemiche e grandissimo interesse da parte di scrittori, letterati e semplici lettori. Il più famoso di questi autori era Émile Zola, che aveva dedicato gran parte della sua esistenza alla stesura di un enorme ciclo di romanzi che si proponeva di descrivere la realtà sociale della Francia del suo tempo attraverso il racconto delle vicende dei vari membri della famiglia Rougon-Macquart. Nei suoi romanzi, Zola descrive la vita dei diversi componenti della famiglia – che appartengono ad ambienti sociali molto diversi, da quelli più umili a quelli più elevati – per dimostrare come le tare ereditarie si trasmettano inesorabilmente da una generazione all’altra e come tutti siano segnati, fin dalla nascita, dal loro appartenere a una certa stirpe.
Verga conosce e condivide le teorie letterarie dei naturalisti francesi – che apprezza soprattutto per la loro attenzione al realismo di ciò che raccontano – ma nella sua opera sceglie di rielaborarle sia dal punto di vista formale che da quello dei contenuti. Esito delle sue riflessioni teoriche è un progetto letterario molto ambizioso: quello di scrivere un ciclo di romanzi (il cosiddetto Ciclo dei vinti) i cui protagonisti, pur vivendo in contesti sociali differenti, siano tutti accomunati dall’essere degli sconfitti: uomini e donne che hanno dovuto combattere per la sopravvivenza e che non sono riusciti a trionfare. Lo scopo di un’opera tanto ambiziosa non era, come per Zola, tracciare un quadro complessivo della società contemporanea seguendo le vicende e le ramificazioni di un unico ceppo familiare, ma dimostrare che la società è, a tutti i livelli, segnata dalla violenza, dalla sopraffazione, dal desiderio di migliorare la propria condizione a scapito del prossimo, e che tale realtà conduce inevitabilmente alla rovina, dato che nessuno può sottrarsi a questo eterno gioco in cui tutti sono allo stesso tempo vittime e carnefici. Verga stesso, nella sua prefazione ai Malavoglia, dice esplicitamente che tutti i protagonisti dei suoi romanzi – indipendentemente dalla ricchezza, dalla cultura, dal genio e dal ceto sociale – sono tutti «vinti che la corrente ha deposti sulla riva dopo averli travolti e annegati», condannati dall’ambizione e dall’avidità a un’esistenza di violenza e di sofferenza che si conclude con un’inesorabile sconfitta.
Il primo romanzo che compone il ciclo, I Malavoglia, racconta appunto la storia della lotta per la sopravvivenza di una famiglia di umili pescatori, membri dello strato più umile e debole della società, che deve combattere anche per soddisfare i bisogni primari; il romanzo successivo, Mastro don Gesualdo, descrive invece l’ambiente della piccola borghesia, rappresentata da un uomo – don Gesualdo, appunto – che ha ottenuto a fatica una piccola ricchezza e che passa tutta la vita a combattere per conservarla e aumentarla, odiato da tutti coloro che lo circondano e ossessionato dal terrore di perdere la sua “roba”. Il ciclo avrebbe dovuto essere completato da altri tre romanzi, che avrebbero dovuto toccare l’ambiente dell’aristocrazia (La Duchessa di Leyra), quello della politica (L’Onorevole Scipioni) e infine quello dell’arte (L’uomo di lusso), ma Verga non portò mai a termine il suo progetto, che rimase quindi limitato solo ai primi due romanzi e a un abbozzo del primo capitolo del terzo.
Nel raccontare queste storie, l’autore non vuole giudicare i suoi personaggi né proporre una lettura moralista delle loro vicende: il suo unico scopo è raccontare la vita di uomini e donne diversi per mostrare ai suoi lettori che cos’è realmente l’animo umano. Nella conclusione della Prefazione ai Malavoglia, Verga scrive infatti chiaramente che chi osserva lo spettacolo della lotta per la vita dei vari personaggi «non ha il diritto di giudicarlo», ma deve anzi «trarsi un istante fuori dal campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere». Sono, questi, i presupposti teorici a cui fa riferimento tutta la narrativa verista, che si propone appunto di fotografare la verità della condizione umana raccontando storie vere, concrete, tratte dalla realtà, non per comunicare al lettore un insegnamento o una morale ma solo per metterlo di fronte alla cruda verità delle cose, descritta nel modo più oggettivo possibile.